Scritti della Critica sull'opera di Massimo Turlinelli

UN'ALTRA NATURA di Nunzio Giustozzi


DI-VISIONI di Gerardo de Simone


LE CONGETTURE DEL SOGNO di Donato Massaro


111 - OPERE DI MASSIMO TURLINELLI di Giovanna Cardini


MASSIMO TURLINELLI, PITTORE E ARCHITETTO di Lia Bronzi


EMOZIONI POLICROME di Franco Manescalchi


IL RAPPORTO TRA L'UOMO E LA NATURA di Paola Mancinelli


SPESSO MI E' CAPITATO di Emilio Daddi


MASSIMO TURLINELLI OVVERO DELLA COSTANZA DELLA RAGIONE di Ugo Barlozzetti





"Essere non vuol dire apparire ma distinguersi, e la distinzione avviene nel momento in cui la tua personalità è riconoscibile tra miliardi di persone. Non esistono possibili collegamenti o legami a quanto il mondo e la sua storia ci ha insegnato, esiste solo una profonda ed unica forma espressiva proiettata in un domani che nessuno conosce. Massimo Turlinelli, piaccia o non piaccia, è lui. Massimo Turlinelli, è colui in grado di accarezzare il presente nell'imposizione del futuro".

Fausto Brozzi





UN'ALTRA NATURA di Nunzio Giustozzi

«Noi siamo l'ultima luce d'un tramonto e saremo, dopo una lunga notte, l'aurora dell'avvenire.»

Giovanni Segantini

Rispetto alle effimere e astruse manifestazioni dell'arte contemporanea, i quadri di Massimo Turlinelli celebrano un consapevole, necessario quanto atteso ritorno alla Natura. Lo stupore, l'incanto nei confronti dello spettacolo del Creato, della Bellezza è all'origine della sua sensibilità, insieme aristotelica meraviglia, fondamento della conoscenza, perchè l'arte sa rendere visibile quello che sempre non lo è , partecipando alla genesi del mondo. Egli procede cosi' dall'esperienza visiva ed emotiva per investire i suoi paesaggi di significati, per creare dunque, come un sapiente demiurgo, un'altra Natura, in un delicato equilibrio tra regola e sentimento, intimamente convinto che il Sublime non risieda nell'oggetto, nel fatto esteriore ma nello stato d'animo del giudicante. Eppure il suo sguardo sul reale rimane dapprima quello 'di un cerbiatto o di un'allodola intelligenti' ‒ cosi' Ruskin di Constable ‒ nell'osservazione del vero e per l'attualità dei luoghi dove è nato e vissuto, quelli frequentati ogni giorno dal pittore sempre in viaggio tra le dolci colline toscane e marchigiane: prati morbidi dove l'erba è umida, campi pettinati dall'uomo e dalla storia, argini in piano o in tralice, alberi soli o su un poggio arato in filar, con radici che affondano nella terra e chiome piantate in cieli immensi e lucenti che schiacciano l'orizzonte a un filo dal suolo, fino a farlo scomparire. Scorci familiari a rivelare pero' inquadrature inattese da prospettive eterodosse, impressioni risvegliate dai volubili riflessi di luce al mutare delle condizioni atmosferiche sono catturati en plein air e poi elaborati nello studio, lentamente, con gli occhi della mente, nelle calcolatissime composizioni definitive, precedute da studi di proporzione minore, rivelando il rigore di un metodo. Per queste ricorre sovente a formati quadrati di una perfezione rinascimentale, ai panorami di matrice illuminista, alla sezione aurea e alle piu' fini scansioni geometriche che in filigrana tradiscono un approccio strutturale, per un'architettura di formazione, stemperato dal lirismo del colore e dall'infinita profondità della pura maniera a grafite. Dal vero Turlinelli studia anche il colore locale, cioè il colorito che le cose hanno alla luce del sole, con una gamma, ad esempio, vastissima di verdi per la vegetazione: cosi' gli aveva insegnato Giuseppe Pende, suo carismatico mentore all'Istituto d'Arte 'Preziotti' di Fermo, a lezione e nelle allegre e istruttive passeggiate al fiume o in riva al mare nel corso delle quali faceva acquisire agli allievi un bagaglio di cognizioni sul chiaroscuro, sul contrasto dei complementari, su tutta una serie di elementi visivi attraverso la raccolta di materiali poveri che portava in aula per le esercitazioni dal vero, quando si discettava anche sulle diverse teorie del colore per sperimentare concretamente i principi scientifici oggetto di discussione. Questo sicuro e prezioso imprinting gli fa sembrare ovvio costruire le forme in una selezionata e rarefatta gamma cromatica sottrattiva che si risolve nella felice combinazione dei tre colori primari (cyan, magenta, yellow) con l'abominio del nero. L'esame attento della tecnica dei pittori della luce, che nel tocco, con le loro ombre azzurrine, dalla Francia all'Italia migrarono dal punto alla virgola, lo guiderà nell'ardito cimento dell'uso delle matite colorate su tavola, supporto ancora moderno, con esiti di una leggerezza impareggiabile, di una costante coerenza stilistica. Il che, a saper intendere, sorprende perchè nel fermare il tempo delle piu' ingannevoli apparenze della percezione fenomenica, come quelle brumose visioni mattutine che evaporano verso il monocromo, il massimo del relativismo diventa razionale, depurato artificio tra figurazione e astrazione. Cosi' talvolta le opere si caricano di una dimensione ignota e inaccessibile, se non con gli strumenti dell'immaginazione, quando repentini close-up molto escludono, col tentativo di indagare per sintesi e non per semplificazione la parte per il tutto, in una sintassi che isola alfabeti di un idioma personalissimo, onirico, surreale. Cosi' in assenza di coordinate cartesiane che ci orientino da ogni lato e in ogni direzione, in un'atmosfera sospesa nel silenzio della vita umana, laddove magiche presenze proiettano ombre metafisiche, parallele, misteriose, metamorfiche di incommensurabile lunghezza, quando sagome finite per vocazione contempliamo nella soverchiante vastità dell'universo, 'si ha come l'impressione che le palpebre vengano recise' e il vuoto diventi il tema del paesaggio 'tanto che lo si puo' guardare, senza appigli, anche a testa in giu' e con i piedi per aria' (Kleist e Goethe di Friedrich). A volte compare una soglia, un leopardiano confine che limita la vista, citazione concettuale ed esplicita di un non-muro come pensiero visibile che lascia intravedere e riconoscere in un altrove vicino o piu' distante la foresta simbolica della sua poetica, quei rami adunchi, spogli o frondosi che si intrecciano nell'aria e rispondono immoti o levitanti all'urlo di una parete graffita. Non stupisca che sia l'albero ad assumere pertanto un ruolo totemico all'interno dell'immaginario del pittore per allegoria e seduzione formale: è esso stesso un perfetto cosmo, partecipa di tutti gli elementi. Gli alberi sono amici, fratelli che ci precedono e ci indicano la via; parlare con loro ci mette di fronte alla nostra libertà, donano tutto quello che per noi è essenziale alla vita. E' un piacere accarezzare la loro nodosa corteccia, sentire lo scorrere della linfa. Sono come persone, respirano, dialogano tra loro e a volte si sposano, in lontananza, l'alto e schietto cipresso e il sensuale pino, fra le colline della Val d'Orcia come negli ancestrali, potenti riti tra Lucania e Pollino. Una larga chioma si indovina in un battito di ciglia nell'iride del grande occhio glauco che tutto vede e niente dimentica: un ritagliare e ingigantire porzioni di verità privi della volgarizzazione dalla quale la Pop Art o l'iperrealismo si erano lasciati tentare, senza nemmeno voler ricreare ‒ altre volte invece accade ‒ lo choc semantico di Magritte con l'associazione straniante di elementi dissimili o di specchiature ottiche, foriere di una oggettività replicata, moltiplicata. Le sue opere racchiudono segreti tutti svelati nella dilatazione dell'esattezza che consente la precisione della matita nell'avvicinarsi accuratamente e raggiungere un realismo strabiliante arrivando paradossalmente a sfiorare l'arte astratta. Lo si evince dalla nutrita silloge di color fields attraversati da fitte trame tessili, una paratassi interrotta talora, in alcuni punti, da impulsivi gesti grafici, da craquelure, labirinti e orditi che, come capillari, irrorano superfici intense di delicati passaggi tonali o di piu' sature campiture in dense messe a fuoco, che si fanno bosco, onda, ruga, nuvola, nebbia, petalo, ansa, aurora boreale, tramonto. Nell'anima spirituale del colore l'artista ama immergersi e naufragare alla ricerca del regno del fiore blu, inesauribile anelito alla felicità.





DI-VISIONI di Gerardo de Simone

Massimo Turlinelli è un osservatore del mondo. Lo spettacolo della natura è cio' che maggiormente lo affascina e lo incuriosisce: un'incessante fonte di meraviglia, mistero, conoscenza. Il nodo centrale della sua ricerca artistica risiede nel processo combinato della percezione e della rappresentazione: come tradurre in immagini, in opere d'arte le impressioni captate dall'occhio, rimeditate dalla mente, interiormente rivissute. La radice del suo linguaggio è nella pittura dei post-impressionisti francesi e dei simbolisti italiani: la visione è ricomposta sul supporto attraverso una lunga, metodica, studiata applicazione di tocchi di matita e pastello (la cui selettiva gamma cromatica è ridotta alla grafite e ai tre colori fondamentali), segni puntiformi che acquistano concrezione riconoscibile attraverso la loro calcolata aggregazione, come un caos pulviscolare che gradatamente si fa forma e colore. Raccogliendo l'intuizione degli impressionisti, che avevano fatto dei tratti di colore puro le unità lessicali di base di un inedito, rivoluzionario alfabeto espressivo, Seurat e Signac approfondirono le ricerche sulla percezione visiva con un'impronta scientifico-positivistica, forti dei coevi sviluppi dell'ottica e della chimica organica (si pensi al 'cerchio cromatico' di Chevreul), creando il pointillisme. Il puntinismo, spesso allungato in pennellate filamentose evocative di onde di energia, fu adottato in Italia dai divisionisti, come Previati, Segantini, Pellizza da Volpedo, e dai futuristi, poi stregati dal Cubismo sulla via di Parigi. Il divisionismo, che è il movimento cui Turlinelli è intimamente piu' vicino e di cui è una sorta di epigono, ebbe due anime, non di rado intrecciate tra loro (anche in uno stesso artista): una rivolta alla natura, alla sua ricca, varia, policroma e multiforme fenomenologia, e al simbolo (di qui l'appellativo invalso di simbolisti), alla trascendenza del visibile verso un significato altro, in linea con il fervere di correnti spiritualiste tra fine Otto e primo Novecento; l'altra rivolta alla realtà, al sociale, in chiave di solidarietà umana e di denuncia (il Quarto Stato di Pellizza ne è il manifesto piu' noto). Estraneo a quest'ultima componente, Turlinelli è rimasto invece indelebilmente plasmato dalla prima: il naturalismo simbolista, erede della 'religione della naturà dei romantici, che elegge conseguentemente il paesaggio come genere principe (pittori come il citato Segantini, Longoni, Nomellini sono tra i suoi numi tutelari). Gran protagonista della pittura ottocentesca, il paesaggio ha avuto sorti assai meno propizie nel secolo successivo, senza tuttavia mai spegnersi nè rinunciare a provare vie nuove. Il paesaggio, in quanto contemplazione della natura, è in essenza interrogazione sul mondo, sulla sua apparenza visibile (cio' che vediamo e cio' che possiamo provare a conoscere). Apparenze reali o ingannevoli, persistenti o evanescenti, verisimili o fantastiche: le visioni di Turlinelli includono vedute naturalisticamente identificabili (scenari pianeggianti o collinari, ora dolcemente ondulati ora ordinatamente 'pettinati' in filari) e immagini metafisiche (ombre proiettate, lunghe ed enigmatiche, di dechirichiana memoria) o 'surreali' (alberi dalle chiome lievitanti, separate dal tronco, ispirati a Magritte). Rispetto a queste fonti, fondamentali sia in termini artistici che filosofici, Turlinelli approfondisce la sperimentazione sul punto di vista, anzi sui punti di vista sul mondo: ora abbassando la linea dell'orizzonte fino a ridurre il territorio ad un lembo sottile, lasciando campo prevalente al cielo, ora guardando dritto in alto, tra i rami i cui viluppi lineari disegnano tramature astratte; ora 'volando' e osservando dall'alto lo scorrere del paesaggio; ora potenziando la gamma cromatica e sfociando in esiti al confine tra suggestioni atmosferiche (di alba o tramonto) e trasfigurazioni visionarie. Davanti al mondo, Turlinelli resta sospeso tra stupore incantato e razionalità conoscitiva (quest'ultima si coglie anche nel frequente ricorso ai formati quadrati e alla sezione aurea, di ascendente rinascimentale-illuminista): un'ambizione filosofica interpretata con leggerezza, che fa pensare a Calvino, anche per la curiosità indagatrice del visibile (si ricordi ad esempio Palomar: "gli 1 corrispondono generalmente a un'esperienza visiva, che ha quasi sempre per oggetto forme della natura" ), e che presenta assonanze significative, e crediamo non casuali, con Jean-Michel Folon e con Tullio Pericoli, con il quale Turlinelli condivide, oltre all'amore per il paesaggio (osservato dall'alto o comunque secondo prospettive non ortodosse), le origini marchigiane.





LE CONGETTURE DEL SOGNO di Donato Massaro

La prima cosa che emoziona nel guardare le opere di Massimo Turlinelli è la sapiente disposizione dei colori. è un cromatismo intelligente e amorevole quello che l'artista dispiega con le sue matite colorate. Si', di matite si tratta benchè non sia poi cosi' evidente tale è la resa in termini di campiture e sfumature, sicchè si rimane a saperlo stupiti. Matite come quelle che tutti i bambini, e noi allorchè lo eravamo, usano nei primi approcci al disegno, alla scoperta del mondo dei colori e del mondo che li avvolge, felici di rappresentarlo, con l'aiuto della fantasia dirompente. La fantasia dei bambini è sbrigliata e autentica, rivelatrice e quasi sempre giocosa. Ed esprime stati d'animo e consapevolezze magari inconsce che si vanno acquisendo in quei lavori in corso dell'età fatta di scoperte e curiosità, di affermazioni e domande. I bambini hanno la fantasia degli artisti, ma viceversa non sempre. Nel caso di Massimo Turlinelli invece si'. Ed il suo mondo è colorato in letizia per proporre una realtà che è fantastica e concreta, immaginata e reale. I suoi dipinti hanno la pulizia della rappresentazione e il candore della fanciullezza. Con la differenza che se i bambini alla fine si divertono e basta in una educazione alla bellezza e alla vita, l'artista è alla ricerca consapevole di un linguaggio figurativo e di un senso compiuto dell'idea stessa di rappresentare il mondo e di viverlo. L'artista è un inventore di mondi. Sono dunque radici esistenziali quelle che sostengono la sua ricerca la quale sviluppa non solo in metafora l'idea di una crescita. La visione infatti frequente nelle opere di Massimo è la campagna con tutta la sintassi vegetale dei suoi paesaggi in geometrie vedutistiche nel ciclo vitale. Sono i pini e i cipressi fieri e indisturbati colti anche in primi piani da star del cinema a dominare la scena. Ma Turlinelli che architetto lo è per davvero evidentemente apprezza ancor piu' la spettacolare sapienza costruttiva della natura e spontanea e di quella organizzata dall'uomo. è proprio dunque la natura la protagonista dell'opera di Massimo Turlinelli. Ma una natura armoniosa che mantiene le promesse. Ed è singolare che egli, originario delle terre leopardiane, abbia, rispetto al grande Poeta suo conterraneo una disposizione d'animo di gratitudine senza recriminazioni verso essa in piena immersione e sintonia, senza nulla togliere alla riflessione esistenziale analogamente complessa. A lui essa parla sorridente e rigogliosa specie quando a primavera si sveglia e succede che seduca ancor piu' del solito e si fa bella apposta per noi. Piena immersione che gli consentono di ritrarla in confidenza con entusiasmo lirico e sognante. Artisticamente percio' la sua pittura è potremmo dire un impressionismo onirico per trasmettere una visione del mondo tra il solare naturale ed il surreale intellettuale con un ottimismo della volontà atto a ricreare i paesaggi in spazi pittorici visivamente allietanti e intellettualmente problematici. Andando ben oltre gli eccessi fotografici del nostro tempo, egli cerca in tal modo di restituire all'uomo metropolitano quella confidenza con l'ambiente compromessa dagli eccessi urbanistici, accentuandone il lirismo. E ritrova cosi' da artista consapevole la semplicità e il candore dei bambini che nei disegni sanno ancora stupirsi e fantasticare e sognare. Le congetture del sogno fanno si' che un pino magari lasci andare la sua chioma libera nell'azzurro del cielo nel cui spazio si libra, un pino dalla ampia chioma permanente, cui piace sognare e volare nel blu. Quelle congetture sono indefinibili e suggestive e non sai mai se vengono dall'inconscio o dal desiderio. E accade che montagne appaiano tra profili di nebbie come per incanto, e che intrecci di rami disegnino orditi nascosti forse anche indecifrabili, o combinazioni di colori narrino trame nascoste di misteriosi significati baluginanti alla mente negli attimi del dormiveglia come se fosse il racconto di una favola, ascoltando la quale ci si addormenta sereni tra ombre e penombre, la vita che ci è data di vivere tra la realtà e il sogno e non sai cos'è meglio, e allora dipingendo l'una e l'altro cerchi di viverle tutt'e due ma da sveglio per sognare a occhi aperti e conservarne il segreto.





111 - OPERE DI MASSIMO TURLINELLI di Giovanna Cardini

E' dovere del pittore essere completamente preso dalla natura e usare tutta la sua intelligenza per esprimere il sentimento, in modo che la sua opera sia intelligibile agli altri, scriveva piu' di un secolo fa Vincent Van Gogh, straordinario cultore del disegno inteso come genesi d'ogni opera pittorica. Fedele alla stessa convinzione, l'artista contemporaneo Massimo Turlinelli fa del disegno rigoroso l'architettura di tutto il suo lavoro, quel progetto magico ed alchemico attraverso il quale è possibile dar corpo ad un'immagine tracciando segni e linee su una superficie di supporto; e non è un caso se Turlinelli, che niente improvvisa, attinge i s-oggetti preziosi delle sue opere direttamente dalla natura. Campi o cieli, soprattutto, offerti allo spettatore in infinite possibilità e frutti, pini e cipressi visti da vicino e da lontano, interi o sezionati, capovolti. A volte, l'immagine di riferimento si perde completamente nello sfondo, e lascia il posto a grovigli di fili colorati e indistinti di forte impatto visivo ed anche emotivo. Con matite esclusivamente rosse, gialle e blu, l'artista segna i rapporti tra le forme e lo spazio, mentre i colori cambiano per come sono accostati, o sovrapposti, e in base all'intensità con la quale sono stesi. Consapevole del tempo che occorre per realizzare le sue complesse raffigurazioni, Turlinelli sembra voler richiamare lo spettatore ad una meditazione intesa come ritorno a sè stessi, alla distanza tra cio' che è e cio' che sembra: i suoi disegni, che l'occhio puo' percepire come dipinti, hanno il sapore di lettere mai spedite, utilizzate per descrivere metaforicamente un sogno perfetto, conosciuto e comunque misterioso, interrogato a lungo e poi messo in scena ben 111 volte. Con passione e pazienza.





MASSIMO TURLINELLI, PITTORE E ARCHITETTO di Lia Bronzi

Massimo Turlinelli, pittore e architetto in Firenze, innerva le sue immagini 'in punta di matita', inquadrandole in tre colori fondamentali: giallo, rosso, blu, ed in contesti paesistici reali, ideali, ed onirici, atti a raccontare una favola archetipale e panica propensa ad una strenua eleganza per il rarefatto intellettualismo che propone, di sapore moderatamente neoplatonica, dove non manca 'vis morale' per la simbolica ed ideale allusività edenica, nella quale il tema ritmico disegnativo ci appare determinante, per le possibilità struttive che si snodano tra valore essenzialmente melodico, in zone di colore delicato e articolata struttura dialettica. Ed è cosi' che la realtà figurale dalla quale l'artista muove, si fa intelletto, contemplazione quindi idea atta a rappresentare icone e anche tipi radicati nel profondo dell'animo umano, sempre in simbiotico contatto con il cosmo, secondo un'intuizione segreta ma pur comunicabile e rielaborabile in totale libertà, realizzata con la tecnica della 'punta di matita', appunto. Una traccia epistemica, dunque, che deve essere valutata secondo tre autonome componenti: la pragmatica, la semantica, la sintattica, al fine di ottenere una visibilità tendente all'Unità, mentre l'evocazione come memoria serve a realizzare la liberazione della vita quotidiana ed esistenziale dagli inutili orpelli, cosi' come si evince dall'essenzialità del disegno e da un netto colore, armonico e policromatico, dove il sogno fa accendere l'immaginazione poetica, nel fruitore, in magia di luce. Siamo dinanzi, certamente, con Turlinelli, ad un artista innovatore per tecniche e per tematiche, che molto ha creato e molto ha ancora da dire.





EMOZIONI POLICROME di Franco Manescalchi

E' veramente raro trovare un'artista come Massimo Turlinelli che realizza, con l'uso della matita e del pastello, opere il cui risultato è analogo all'uso dei colori a olio o acrilici. Campiture levigate e translucide, frutto di una perizia estrema, volta a recuperare e mettere a piena luce le icone profonde dell'animo. Perchè di questo si tratta, di icone fatte emergere con la pazienza del segno divenuto disegno che, per un'alchimia interiore dell'artista, risolve l'essenzialità del tratto e urgenza del colore, tipiche del processo grafico, in vere e proprie campiture pittoriche. Il procedimento atipico dà luogo cosi' ad una stupefacente singolarità espressiva in cui il controllo del mezzo esercitato nel tempo della realizzazione dell'opera è in funzione della messa a fuoco delle immagini lievitate da un mondo esterno interamente assorbito e metabolizzato come figurazione di un moto di coscienza all'interno del subconscio. Premesso questo apprezzamento sulla tecnica espressiva, per quanto appena anticipato, è chiaro che l'artista si muove in ambito surrealista, non privo di simboli inquietanti di doppia valenza come i bifidi mause follicoli o come gli alberi al maschile e al femminile che seguono dinamiche spazio relazionali. Ne deriva un universo che, all'occhio attento dell'osservatore, denuncia la necessità di un riscatto, come a dire che queste icone non appartengono al mondo dei sogni ma ad un piu' di coscienza proprio dell'artista il quale mette a nudo con le sue allegorie cio' che sta sotto l'omologante estetica della vita moderna, ricomponendo cosi' col suo assiduo operare, nella sintesi di un contatto contrasto, bellezza e verità.





IL RAPPORTO TRA L'UOMO E LA NATURA di Paola Mancinelli

Il rapporto tra l'uomo e la natura rappresenta l'incipit piu' profondo e connaturato della storia. L'artista esprime questo desiderio, forse innato, di descrivere, ammirare e dominare cio' che lo circonda attraverso mezzi come la pittura. Osservando un paesaggio di Massimo Turlinelli si nota come cio' che è rappresentato nello spazio pittorico non si rivela totalmente allo spettatore: dietro a quell'immagine, in apparenza reale, chiara e conclusa, sembra ci sia qualcos'altro. In fondo vediamo la campagna nella sua essenzialità: prati verdi, cipressi, pini e cieli infiniti, ma sono anche presenti alcuni elementi che dal punto di vista semiologico sono destabilizzanti. Osservando il tessuto pittorico si nota come il tratto sia dato con forte incisività grazie all'uso della matita policroma, tecnica imperdonabilmente lasciata ai margini dell'arte 'ufficiale'. E' un segno sempre uguale a sè stesso, come un modulo basato sul principio seriale della riproducibilità, le cui radici storiche possono essere individuate nel pointillisme neo-impressionista di Signac e Seurat. Nella fitta trama nessun elemento emerge individualmente, ma fa parte di un sistema segnico che va a formare un'immagine complessa, che acquista senso solo se combinata correttamente. L'impostazione dell'inquadratura trasforma la scena in maniera bidimensionale, frontale: una semplice linea dell'orizzonte stabilisce un confine tra l'esigua terra e l'indefinitezza del cielo, l'unica sostanziale presenza è quella dell'albero verticalmente stagliato: si crea cosi' una rete di geometrismi ortogonali di ispirazione mondriana, quasi un'analisi sopra le righe della spazialità. Le immagini del cipresso e del pino diventano pure icone che producono motivi ripetitivi alla Andy Warhol o segni linguistici ambiguamente magrittiani o ancora oggetti dell'incoscio surrealista. Addirittura nelle piu' recenti opere di Turlinelli questo soggetto perde la sua iniziale centralità per stabilirsi ai margini del quadro. Il fattore temporale vive la stessa ambiguità: Turlinelli non vuole fermare un istante reale, ma racconta un tempo indeterminatamente eterno, indefinibile. Il taglio dell'immagine esclude obbligatoriamente le ombre, che non sono piu' necessarie. Anche il colore diviene fattore arbitrario, quasi superfluo: da un intenso colorismo verosimile si passa, indifferentemente e senza perdere nulla del senso e della bellezza dell'opera, al bianco-nero che fa eco alle tecniche incisorie. Tutti questi elementi semiologici hanno un'importanza tale da prevalere sull'immagine vera e propria: nelle ultime opere dell'artista i segni divengono protagonisti assoluti. L'opera di Massimo Turlinelli riutilizza i mezzi propri dell'arte piu' tradizionale, ovvero 'da cavalletto', recuperando, pero', e svecchiando un senso estetico, ormai troppo escluso dalla prassi artistica delle idee concettuali, non fine a sè stesso, ma con un senso analitico rinnovato e innovatore.





SPESSO MI E' CAPITATO di Emilio Daddi

Spesso mi è capitato di vedere i lavori di Massimo Turlinelli, e sempre c'era qualcosa che non riuscivo a cogliere fino in fondo. Piu' volte mi sono chiesto cosa non riuscivo a capire nei suoi quadri, cosa mi disturbava l'occhio, e, soprattutto, la mente. Eppure tutto sembra semplice, forse fin troppo: "certo che il trapassar dentro è leggiero". I paesaggi privilegiano teorie di alberi, per lo piu' pini o cipressi, a volte organizzati e quasi in parata, a volte sparsi su un territorio che suggerisce leopardiani spazi infiniti. Immagini talvolta molto rigorose, di un rigore quasi geometrico, da ingegnere; talvolta fantasiose, fiabesche, come inventate, da architetto. Qualcosa, pero', continuava a non essermi chiaro. La mia idea del paesaggio è quella toscana e cioè di un paesaggio sapientemente costruito, in cui il contadino ha progettato ed è intervenuto non lasciando niente al caso; ha saputo modificare pian piano nei secoli la campagna, l'ha fatta a sua immagine e somiglianza, non le ha dato tregua, l'ha razionalizzata; ha aggiunto il necessario e tolto "il troppo e 'l vano"; non esiste un tratto di campagna toscana che non abbia almeno una ragion sufficiente della sua sistemazione. La campagna di Turlinelli è in alcuni momenti almeno piu' lirica, pare suggerire un che di atavico, di ricordato, di suggerito da una memoria infantile. Qualche tempo fa, andando con Massimo nelle Marche. a Fermo, a casa sua, improvvisamente ho capito cosa mi disturbava, cosa c'era di incoerente, di disomogeneo, nei suoi disegni. La contaminatio dei ricordi della sua terra di origine ("Mirava...quinci il mar da lungi, e quindi il monte") con l'osservazione presente della terra di adozione. Massimo Turlinelli scelse di studiare a Firenze, "partendosi" dalla sua regione e dalla sua Fermo, inseguendo quelle suggestioni culturali che non possono mancare ad un amante dell'arte, anche se oggi Firenze s'è un po' attardata in ripensamenti che, forse, le hanno impedito un serio, moderno, sviluppo. L'arte di Turlinelli, quindi, solo cosi' si spiega: nel momento in cui si collegano i ricordi di un paesaggio dell'infanzia e dell'adolescenza con le sensazioni piu' mature e adulte suggerite dalla realtà strutturata del paesaggio toscano quotidianamente rivisitato. Ma c'è di piu'. Le sollecitazioni di momenti di grande importanza, troppo spesso negativa, del nostro tempo, hanno costretto l'artista allo scoperto, l'hanno come estratto dal suo mondo di sogno e l'hanno portato alla visione dolorosa di oggi e della nostra storia, a dimostrare l'impossibilità di porsi in un mondo iperuranio, olimpico, atarassico, privo di passioni e di sofferenze. E, perchè no, anche di gioie.





MASSIMO TURLINELLI OVVERO DELLA COSTANZA DELLA RAGIONE di Ugo Barlozzetti

Nel ricchissimo panorama della produzione estetica contemporanea la cruna d'ago del sistema dell'arte e la sostanziale mancanza di adeguata informazione della maggior parte del pubblico ha finito per determinare selezioni assolutamente immotivate se non addirittura giocate sul ribaltamento della produzione estetica stessa. Qualcosa si sta muovendo nell'ambito del dibattito critico, ma il processo di mercificazione è andato cosi' avanti che una vera lotta per la civiltà umana è connessa alla riappropriazione del ruolo delle arti. La superficialita' del consumismo come le guerre "a bassa intensità", ha l'effetto della legge di Gresham: la "moneta cattiva caccia quella buona". E se qualcuno pensa che questa citazione alluda al dollaro pensa bene. Il "sistema dell'arte" ha infatti privilegiato, portandoli a valori assurdi, proprio i prodotti controllati dai mercati statunitensi e "agganciandoli" a speculazioni di borsa che peraltro non hanno quasi alcun nesso con il pubblico. Ovviamente gli epigoni europei si adagiano sui cascami di questo sistema e l'Italia, tra gli ultimi, ha visto un'improvvisa attenzione istituzionale nei confronti di situazioni ormai culturalmente decotte da almeno un trentennio. Già, quest'Italia in via di rapida "bruttificazione" con una popolazione sempre piu' disinteressata, quando non indifferente nei confronti delle proprie origini, della propria civiltà e quindi del proprio futuro, diviene, per l'eccezionale patrimonio culturale ed ambientale, l'esempio del disastro incombente di un sistema di produzione che innanzitutto è costretto a negare la ragione e quindi l'umanità. In questo ambito si possono cogliere non solo la ricerca e l'attività di Massimo Turlinelli, ma anche un impegno etico che scaturisce dalla capacità di saper affrontare gli aspetti fondanti, le motivazioni del fare: già nella tecnica della grafica mette in evidenza e rivela la centralità di un controllo razionale, di un processo mentale che organizza la restituzione della visione, trovandone la verità piu' profonda della propria interpretazione, definendola a misura del proprio vissuto. E' in questa dimensione esistenziale che emerge il valore delle radici, della civiltà. L'afflato classico dell'antropocentrismo costruisce un metodo che inventa un nuovo modo dell'uso del computer giacchè diviene per Turlinelli strumento per traguardare spazi e impaginazioni rigorose fino al millimetro nell'universalità del rapporto di sezione aurea. Il mondo di Masaccio e di Piero Della Francesca, la loro utopia non è piu' retorica o citazione: come è avvenuto anche in altre stagioni e' l'avvio per la riconquista della comprensione del presente. Il colore che vive con la luce e' un altro elemento centrale dell'indagine e del segno di Turlinelli. Le ombre ritrovano assetti, spessori, inventano il tempo e l'ora, insieme ai cieli con gli orizzonti di operoso, epico, mistero. I colori primari, preferibilmente stesi a pastello, ricompongono l'universo cromatico e lo illuminano grazie ad un sapere antico giocato anch'esso come struttura "classica" ove ideare e "fare" si commisurano nella ricerca di stati d'animo introdotti da paesaggi interiori. Meditazione ed evocazione introducono ad un clima di autentica virtualità e concetto con l'elusione del bluff in vigore divenendone inevitabile denuncia e contrario. Cosi' emerge anche un aspetto di profondo dissenso e implicita polemica nelle opere di Turlinelli. Opere appunto che si pongono in opposizione alle reiterazioni − aspetto ben diverso dalla riproduzione − richieste dai mercanti secondo quantità "industriali", giacche' la loro realizzazione e' ottenuta in tempi adeguati all'intensità e alla densità creativa che invoca un'attenta valutazione ed una sintesi capace di assestarsi solo a livelli qualitativi molto alti, anche dal punto di vista della tecnica. L'indagine creativa s'avvale degli attingimenti del "pointillismo" di Signac e Seurat, non come "palestra" per l'uso del pastello o delle micromine, ma come relazione sia nei confronti della scienza al servizio dell'uomo, sia della necessità di conquistare la natura traducendola nella propria sfera emotiva, di memoria e di speranza. Il fascino dell'esperienza simbolista s'affaccia, discreto, come citazione implicita di un concettuale risolto nell'evocare letture che virtualmente si embricano tornando al modo antico della rappresentazione. Eppure anche questo è un aspetto dell'opera di Turlinelli che si sviluppa in continuum nella riflessione che lo vede protagonista. La natura, la percezione della natura, non solo è rivendicazione della ragione, ma anche motore della fantasia e dell'immaginare capace di farsi sogno, rivelatore del rapporto della cultura con la storia. La mente guida la mano nella stesura cromatica, le norme, verificate con la macchina, estrema protesi dell'operatore, organizzano e definiscono spazi e campiture, la produzione si materializza in sequenze scandite da titoli o numeri. La sensibilità del fare, la sua reificazione trova nell'albero − e la sua idea − la soglia comunicativa tra gli universi possibili della poesia. L'albero − preferibilmente pino o cipresso − è una sorta di filo conduttore, tema di meditazione e rivelatore anche di solitudini colte con nostalgia di sapore autenticamente romantico. Gli eventi, come gli interventi umani, sono solitamente espunti. Si finisce per scoprire l'accesso a processi mentali che ridefiniscono lo statuto dell'immagine nella purezza nitida di una visione metafisica. Cosi' "l'ombra sul terrapieno" risolve i paradossi ed ingiunge il riconoscimento della pregnanza della civiltà artistica d'Europa. I ritmi delle immagini costruiscono ed organizzano una scrittura, calligrammi che diventano nella raffinata chiarezza di una luce che crea colore, atmosfera, oltre a spazi, inventando ore e stagioni una melodia silente. La sacralità della natura, cosi' periclitante, se non compromessa al punto d'accoglierla ormai nella visione utopica di una cultura pervicacemente ribelle, emerge solenne e sontuosa. La fruizione e l'empatia con l'opera di Turlinelli trasferiscono in mondi che non si credevano piu' raggiungibili, mentre si riverberano in echi e speranze, in denunce e sofferte commiserazioni. La tensione ed il rigore che la produzione richiede fa si' che sia rara, preziosa come la confessione del poeta, come il raggio riflesso dall'onda del mare dell'esistenza o come il canto all'alba del mondo. L'ingenuità primigenia, quella che costruisce i destini nuovi dell'umanità, l'ironia della semplicità forgiata dal rifiuto dell'opulenza che ottunde la tensione dell'intelligenza sono i veicoli offerti da Turlinelli per ritrovare l'entusiasmo della scoperta. La critica avvertita ed ufficiale, che impone con nuove trovate da almeno trenta anni la reinvenzione di pseudo rivoluzioni sempre piu' circoscritte ed elitarie sistematicamente assimilate e funzionalizzate a dare nuova linfa ad una cultura feticcio del potere, appare incapace di superare la cortina degli addetti ai lavori per riappropriarsi di un ruolo corrispondente alle necessità imcombenti. Gli esercizi di lettura di Massimo Carboni o gli interventi di Lea Vergine e di Ester Coen sembrano riaprire un dibattito che "passa" anche su alcuni quotidiani. Le piu' recenti sistematizzazioni sul XX secolo come quella di David Britt o di Silvia Ferrari hanno suscitato perplessità per un percorso che finisce negli U.S.A. Nel mare magnum del "sistema dell'arte" e in quello, ancor piu' periglioso ed esteso, del sottobosco della sottocultura le pulsioni modaiole del post-moderno, post-industriale, come graffitismi, transavanguardie stanno rivelando l'inconsistenza delle premesse. Il "grande gioco" di mercanti, collezionisti e critici ha l'inconsistenza, ormai, dell'inutilità, appendice di un mondo ove la produzione del capitale fittizio è diventata la principale attività del sistema. Cosi' la pertinenza dell'enigmatico al mistero, alla trasgressione utopica delle epifanie visive di Turlinelli approda alla possibilità di una comunicazione diretta ad una possibilità di riproduzione attraverso il mezzo elettronico che rende la Wunderkammer delle sue opere, "visitabile" e immediatamente acquisibile, senza mediazione. Altro che opere in video! Le tecnologie che permettono un nuovo approccio alle opere del passato sono utilizzate per il presente. Turlinelli costruisce l'enigma dell'esistere nella solitudine di una ragione nostalgica, tutta intensamente umana, intrisa di una colta poesia cantata con l'attenzione antica alla metrica. In tal modo l'opera si fa problema, segno del pensiero, capace di commemorare attraverso la stratificazione dei linguaggi e, al tempo stesso, soglia di straniamento e liberazione. Il nesso con la visibilità, la reificazione dell'intenzione non si risolve nel logocentrismo tipico di gran parte del "concettuale", ma si sviluppa per icone, sfuggendo all'anacronismo e concretizzando il proprio segno. I percorsi in cui si articola l'opera di Turlinelli non accettano alcun Baedeker dell'agire per inserirsi nei flussi desiderati o programmati, definiscono lo status non garantito di chi li ha affidati alla fruizione dimostrando, peraltro, come fare e sapere possano ancora coincidere. Un altro aspetto va recuperato, quello dello stile, della qualità che scaturisce dal segno di Turlinelli, sobrio ed astratto come è riuscito solo a qualche immagine di fotografi o cineasti. La figura è liberata dalla figurazione. La luce ed il colore sono ricostruite e riorganizzate nell'intensità e durata di una sintesi che si rivela meccanismo morfogenetico. Il ricollocarsi del ruolo della creatività nella società contemporanea dipende dalla capacità di non essere condizionata dallo sviluppo delle tecniche per riconquistare la centralità del rapporto tra l'uomo e la natura, tra l'uomo e lo spazio ed il tempo. Turlinelli continua a proporre questa utopia come mito contro la zona morta della virtualità, contro la dissoluzione "soft" nella rete per la riconquista del sole, dell'aria, dell'acqua, della terra oltre il totalmente digitale, sintetico, simulatorio, con sensorialità "windows" interfacciate e colloquianti, espanse, fluttuanti ed interconnesse. L'esperienza del post-moderno e dei profeti della fine della storia (vicende non paradossalmente parallele quanto esemplari, pur nel loro sostanziale fallimento) ha evidenziato come sempre piu' forte sia il rischio di veder espropriata l'umanità della sua storia, vale a dire di quella scienza nuova, che da tre secoli è stata strumento di liberazione. L'arte è stata arma poderosa di gioioso ma anche sofferto maneggio per intervenire nel senso di quei valori del bene, del vero e del bello che pur non essendo assolute, come speravano i maestri del Rinascimento, ma relative, quanto formidabili, sovrastrutture, costituiscono il fondamento di un comunicare finalizzato, per nuova stagione dell'Umanesimo. La scommessa di Turlinelli è anche questa: offrirsi, senza mercanti, all'impatto diretto di un pubblico che non puo' piu' permettersi di essere preoccupato o distratto solo dai fini di lucro.